Collezione De Angelis

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Collezione De Angelis

COLLEZIONE DE ANGELIS
Opere d’arte in mostra al Museo di Arte Contemporanea “Bilotti Ruggi d’Aragona” presso il Castello di Rende (CS)

Dopo la mostra “Da Picasso a Warhol”, realizzata a Cosenza nel Convento di S. Agostino (2005), con quaranta opere delle grandi avanguardie (dal Cubismo e Futurismo all’Astrattismo; dal Surrealismo, Metafisica, Espressionismo fino alla Pop Art), Carlo Bilotti aveva maturato il progetto di donare la collezione alla Città in risposta alla mancanza, da lui avvertita da ragazzo, di un riferimento nel territorio per l’arte moderna e contemporanea. Non essendo in quel momento disponibile una sede istituzionale le opere pittoriche trovarono collocazione a Roma nell’Aranciera di Villa Borghese, mentre a Cosenza fu istituto il Mab, museo di sculture all’aperto inaugurato (2005) dal Presidente Unesco-Italia Prof. Gianni Puglisi che lo definì “patrimonio culturale d’interesse pubblico avente valore di civiltà”.

Nel 2011 il Comune di Rende, che sino ad allora aveva sede nel castello, si trasferì nella nuova zona valliva, lasciando la struttura vuota e priva di destinazione. L’Amministrazione, memore dell’intento di mio zio, mi propose di realizzare il progetto per rendere fruibile l’edificio attraverso un percorso espositivo spazialmente tracciato di arte del nostro tempo. Un museo che potesse divenire luogo di socializzazione e di partecipazione, uno strumento di coesione e di sviluppo. Il progetto si è concretizzato attraverso la donazione della mia collezione e grazie alla generosità di artisti, fondazioni e collezionisti che, offrendo le loro opere  hanno voluto condividerle con la collettività. Ciò aderendo alla concezione pubblica dei beni culturali di cui la donazione de’Angelis, ora in corso, rappresenta il compimento di un rapporto sincronico tra la sfera pubblica e quella privata.

Francesca Romana e Nicoletta de’Angelis con la loro liberalità confermano la vocazione universalistica della cultura offrendo a Rende una nuova occasione di arricchimento e di crescita. Sessanta opere della collezione paterna entrano oggi nel percorso permanente del Museo. Sono lavori di artisti che hanno determinato il valore dell’arte italiana nei diversi linguaggi, dal figurativo alla ricerca astratta a quella più aderente alla realtà con il neorealismo, alle attitudini espressioniste della scuola romana degli anni ’30, fino alle sperimentazioni segno-colore degli artisti di Forma 1. Sono autori affermati a livello internazionale per la forza della loro ricerca espressiva, spaziale, concettuale e materica.

 

La collezione dell’avv. Nicola Maria de’Angelis, formata dagli anni ’50, testimoniata anche dalla sezione documentaria a corredo delle opere donate, attesta il rapporto personale del suo autore con gli artisti in uno spirito di coinvolgimento, dialogo,  condivisione e vicinanza anche professionale. Ogni nuova acquisizione veniva valutata con spiccata capacità di verifica dei parametri che ne determinavano la qualità. Esperienza, conoscenza, consapevolezza dettate da occhi, cuore e testa che lo indirizzavano il collezionista su opere che lo emozionavano, che riflettevano le caratteristiche peculiari o le sperimentazioni degli artisti. In controtendenza alle scelte istituzionali le collezioni di arte moderna e contemporanea sono state nel nostro Paese prerogativa della committenza e del collezionismo privato, più libero,  motivato,  coraggioso ed intuitivo nelle scelte di un di un’arte considerata allora non ufficiale. La  fase del collezionare è stata spesso seguita da quella della condivisione che ha indotto la costituzione di nuovi musei o l’accrescimento di altri (Emilio Jesi a Brera, Alberto Della Ragione a Firenze, Pietro Ingrao a Cagliari, Ida Giovannini e Guido C. Zecchini a Rovereto, Peggy Guggenheim Venezia, Gianni e Marella Agnelli a Torino,  Giuseppe Panza di Biumo a Varese, ecc.). La figura di Nicola Maria de’Angelis si colloca tra quei calabresi che hanno dato grande contributo all’arte.  Pensiamo tra gli altri a Palma Bucarelli (Locri) critica storica d’artemuseologa, straordinaria direttrice e sovrintendente dal 1942 al 1975 della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, promotrice dell’astrattismo e dell’informale; Giuseppe Sprovieri (Montalto Uffugo) pubblicista critico d’arte e dal 1913 gallerista e riferimento dei grandi futuristi; Anna Paparatti (Rosarno)  artista, scrittrice, grafica, tra le prime performer d’Europa negli anni ’60 e ’70, con Fabio Sargentini promotrice delle neoavanguardieCarlo Bilotti  (Cosenza)  innovatore nel coniugare arte e imprenditoria, un nuovo linguaggio creativo per comunicare i prodotti commerciali della cosmesi. Dal rapporto diretto con gli artisti sono nate diverse celebri serie i fiori “Mimosa e ylang ylang” di Warhol dalle cui essenze si ricavano i profumi Pierre Cardin, “Warhol verso de Chirico” interpretazione in chiave pop del maestro metafisico; le bottiglie per profumi a forma di anfesibena, serpente a due testedella scultrice Niki de Saint Phalle.

Finalità del Museo è conservare ed esporre le ricerche creative del Novecento e del terzo millennio nella loro diversità in pittura, scultura, fotografia, installazioni e videoarte, di artisti dalle molteplici provenienze geografiche e culturali con sovrapposizione dei differenti linguaggi espressivi (iconici, aniconici, simbolici, spaziali, segnici, gestuali).  Accanto all’esposizione permanente si intende svolgere un programma di esposizioni temporanee, performance, seminari e stage in collaborazione con Università e Accademie di Belle Arti, realizzare laboratori dove poter esprimere sé stessi e il mondo attraverso la creazione di un oggetto, di un verso, di un suono, di un movimento. Tutto ciò si inserisce nel tessuto culturale regionale, caratterizzato da una distribuzione territoriale diffusa con musei presenti non solo nei capoluoghi ma anche in piccoli centri, significativi per la conservazione dei caratteri identitari e delle molteplici singolarità del territorio (naturalistiche, archeologiche, artistiche, multietniche e multi linguistiche e le sue complesse storie religiose, politiche e sociali).

Il Castello che ospita il Museo, fondato in epoca normanno-sveva a difesa della Valle del Crati, fu trasformato in epoca aragonese (1442-1507) nell’attuale configurazione con cortile centrale e 4 possenti torri quadrangolari. Due antiche iscrizioni in latino ricordano che Pietro Ruffo conte di Catanzaro, Maresciallo del Regno di Carlo I d’Angiò qui, nel 1266, raggruppò mille armati per unirsi alle truppe francesi contro Manfredi di Svevia. Ruffo guidò l’armata a Benevento dove l’Hohenstaufen, nel rivendicare i diritti normanno-svevi sull’Italia meridionale, morì in battaglia. Il suo corpo fu esumato e portato fuori dalla terra consacrata degli Stati della Chiesa dal vescovo di Cosenza Bartolomeo Pignatelli.

L’episodio è ricordato da Dante:  «Se ‘l pastor di Cosenza, che a la caccia/ di me fu messo per Clemente allora,/ avesse in Dio ben letta questa faccia,/ l’ossa del corpo mio sarieno ancora/ in co del ponte presso Benevento,/ sotto la guardia de la grave mora./ Or le bagna la pioggia e move il vento/ di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde,/ dov’e’ le trasmutò a lume spento.» (Purg. Canto III, vv.124-132). La storia del castello è ricca di altre pagine significative. Nel 1391 il papa chiese che Carlo Ruffo conte di Montalto (che voleva unificare il sistema difensivo verso il Tirreno) restituisse Rende ed il castello all’arcivescovo di Cosenza.  Nel 1422 il giovane Francesco Sforza, futuro duca di Milano, comandante delle truppe angioine in Calabria, abbandonato dai suoi capitani qui si rinchiuse assediato dagli aragonesi.  Margherita Ruffo di Poitiers marchesa di Crotone fu castellana di Rende tra il 1459 ed il 1466 al tempo della Guerra dei Baroni. Nel 1532 Carlo V concesse Rende a Ferdinando de Alarçon che intraprese importanti lavori di fortificazioni e rimase agli Alarçon de Mendoza fino agli inizi dell’800 che nel castello detenevano una ricca quadreria di autori napoletani e locali. Nelle prime decadi dell’800 Giuseppe Zagarese e sua moglie Chiara Miceli dei baroni di Serradileo abitarono il castello dove portarono le loro collezioni. Nel 1818 l’edificio con gli arredi fu acquistato da Salvatore Magdalone  e qui con la sua famiglia si trasferì fino al 1853 quando un grave terremoto lo danneggiò. Il Comune ne fece la propria sede nel 1922. Nel 2014  vi istituì il Museo di Arte contemporanea recuperandone l’antica vocazione di raccoglitore d’arte.

Il museo nel Castello, emblema della vocazione storico-artistica della Città, rientra nella strategia culturale di rilancio del Centro Storico di Rende, pensato come parte di un disegno di aggregazione, un “Borgo dei Musei” capace di attrarre turisti favorendo le condizioni di una crescita economica. Un sistema integrato di valorizzazione e promozione per creare una “Cittadella d’arte”.  Una realtà, anche relazionale, che metta in collegamento le diverse risorse culturali locali: palazzi storici, chiese, piazze e scorci panoramici, oltre  l’energia creativa generata dalla peculiarità dei singoli musei. Un itinerario ricco e diversificato cronologicamente: il Museo Civico a Palazzo Zagarese con i maestri del Seicento da Preti a Pascaletti a Santanna, il Maon, Museo d’Arte dell’Otto e Novecento, nel palazzo Vitari, con particolare attenzione ai movimenti scaturiti dal territorio. Il Museo della Ceramica di Calabria, nel palazzo Miceli Magdalone, purtroppo attualmente chiuso, con una collezione di preziosa ceramica calcidese reggina figurata del VI a.C., oltre nuclei di produzione  regionali relative alle culture sveva, angioina, aragonese, borbonica fino ai manufatti dei 30 centri di produzione popolare di Calabria Citra e Ultra. Riattivare il vicino laboratorio di ceramica, che si configurava come scuola-officina finalizzata a sviluppare la cultura delle arti decorative e la conoscenza delle tecniche di formazione e ricerca anche amatoriale, potrebbe creare una nuova opportunità di occupazione giovanile. Il museo non è concepito solo come raccoglitore,  ma  come luogo di confronto pratico e studio dal vero dei modelli, dove la fase teorica s’incontra con quella sperimentale. Le caratteristiche morfologiche, funzionali, decorative e di nomenclatura dei manufatti potrebbero ispirare un artigianato di matrice tradizionale da offrire ai potenziali turisti. La strategia è creare un centro di diffusione culturale, diversificato nell’offerta, capace di attrarre visitatori e turisti che a Rende potrebbero indurre la riattivazione degli esercizi commerciali.

In parallelo vanno create le condizioni di attrazione per gli universitari a partire dai collegamenti con servizio di navette tra il Borgo e l’Ateneo di Arcavacata. Essi sono fisicamente vicini ma attualmente non interagiscono rimanendo disgiunti ed isolati. La connessione Università-Centro storico potrebbe rappresentare l’avvio di un modello di sviluppo di integrazione ed aggregazione. La lunga costruzione lineare universitaria che si snoda tra le colline è caratterizzata da grandi blocchi modulari ripetitivi in cemento armato che formano un “Monolite” chilometrico dove trovano collocazione i dipartimenti. La sua perentorietà funzionale potrebbe essere integrata da dimensioni d’intimità e di atmosfera da ritrovare nelle antiche costruzioni e nelle piazzette del Borgo. L’offerta può essere diversificata con il decentramento di corsi e lezioni e proponendo nel museo conferenze, incontri con artisti, scrittori, studiosi, concerti e giornate di riscoperta del patrimonio. Una aggregazione tra vita quotidiana ed esperienze culturali attraverso la realizzazione di strutture polifunzionali destinate anche al tempo libero e al  divertimento (musica, proiezioni, performance, installazioni, cibo, laboratori didattici, ma anche start up tra innovazione e creatività). Un ampliamento dei confini tra esperienze culturali e tempo libero sul modello tedesco e austriaco della Kunsthalle dove sono stati sperimentati con successo nuovi format di fusione tra eventi.

Il castello, che è stato per secoli contenitore d’arte, è rinato nella sua vocazione tradizionale. Ricorre l’Anno Europeo del Patrimonio Culturale, un insieme di valori come fonte condivisa di memoria,  identità, dialogo, coesione e creatività.  Il progetto per il castello rispecchia questa strategia: ciò che abbiamo ereditato dal passato qui incontra il futuro.

 

Roberto Bilotti Ruggi
Curatore scientifico Del museo Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona
Arte contemporanea, Castello di Rende.